01 ott 2020

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SENTENZE | 18658/2020 Sulla rendita per infortunio sul lavoro per familiari superstiti




Argomento di cui non si parla molto spesso è il diritto alla rendita per infortunio sul lavoro in favore dei familiari superstiti in caso di decesso del lavoratore. Nella sentenza che andiamo ad analizzare oggi trattiamo proprio questo delicato e particolare tema.

Nella sentenza di primo grado viene rigettata la domanda di rendita posta dai familiari (madre e fratello conviventi) di un lavoratore deceduto a seguito di un infortunio sul lavoro.

In primo motivo, i ricorrenti a tale sentenza denunciano che la Corte di merito abbia ritenuto che all’interno dello stesso nucleo familiare i soggetti ricorrenti posseggano redditi di importo superiore rispetto alle necessità della propria materiale sussistenza. Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e la falsa applicazione “degli artt. 85 e 106, T.U. n. 1124/1965, 2697 c.c. e 115, 116 e 437 c.p.c., per avere la Corte territoriale ritenuto che non fosse stata in specie raggiunta la prova della vivenza a carico del de cuius, senza attivarsi d'ufficio al fine di colmare eventuali deficienze probatorie e senza far ricorso alle presunzioni;”

Secondo la Corte di Cassazione, chiamata a dare un giudizio in merito, per quanto concerne il primo motivo esso viene ritenuto infondato in quanto “il diritto alla rendita per infortunio sul lavoro in favore dei familiari superstiti, ex art. 85, T.U. n. 1124/1965, presuppone, ai sensi del successivo art. 106, la cosiddetta "vivenza a carico", la quale sussiste ove costoro si trovino senza sufficienti mezzi di sussistenza autonoma ed al loro mantenimento abbia concorso in modo efficiente il lavoratore defunto, dovendosi a tal fine considerare anche il reddito del coniuge dell'ascendente che domanda la prestazione previdenziale, giacché, anche ove non sia operante il regime di comunione legale, comunque sussiste l'obbligo di assistenza materiale tra coniugi posto dall'art. 143 c.c. e quello di assistenza per i figli di cui al successivo art. 147 c.c. (così Cass. nn. 3069 del 2002, 1999 del 2005, 24517 del 2014, 30288 del 2018);”

Per questi e più approfonditi motivi, la Corte rigetta il ricorso e condanna i familiari alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità.

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