12 dic 2019

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ERGONOMIA | Il nostro test su un esoscheletro




Una delle grandi innovazioni degli ultimi anni in materia di ergonomia è sicuramente l’introduzione dell'esoscheletro, un dispositivo meccanico che, una volta indossato, ha il compito di migliorare – o comunque supportare – il lavoro di chi ne fa uso.

Oggi il nostro Tecnico Esperto di Analisi e Riprogettazioni ErgonomicheIng. Daniele Moresco, ci parla del suo recente test effettuato su di un esoscheletro, evidenziandone i punti di forza e i punti di debolezza.

“Da qualche settimana a questa parte si leggono diversi articoli online i quali asseriscono che, con l’introduzione dei nuovi esoscheletri indossabili, si sia di fatto risolta l’annosa questione del sovraccarico biomeccanico del rachide (causato da attività quali: la movimentazione manuale di carichi superiori ai 3 Kg). Trovo personalmente fuorviante questa asserzione o, per lo meno, incompleta.

Al fine di indagare la bontà di queste affermazioni e dell’utilità complessiva di questi strumenti, ho personalmente testato per Necsi uno di questi esoscheletri.

Partiamo da un presupposto: ricordo quando nel 2018 sono stati presentati su varie piattaforme i primi video inerenti a tali attrezzature; già allora si sottolineava la loro utilità nelle attività in cui gli operatori devono eseguire operazioni in posizioni incongrue: come nel caso delle attività svolte in stazione eretta sotto la scocca di un’automobile. Risultava quindi già evidente che tali “supporti” rispettavano sicuramente i requisiti richiesti dalla ISO 11226 per gestire alcune tipologie di posture statiche in fascia “non accettabile”. Ciò soprattutto quando l’effettivo campo di operatività dell’esoscheletro entra in gioco solo quando la posizione delle braccia rispetto al busto dell’operatore supera i 90° di flesso-estensione. L’asserzione quanto meno recente, invece, che tali dispositivi che aiutano nell'assunzione di posture evidentemente incongrue possano quindi aiutare l’operatore anche durante le operazioni di “movimentazione manuale di carichi”, risulta essere pericolosamente fuorviante.

È proprio il caso dell’esoscheletro che abbiamo testato.

Si tratta di un supporto portatile passivo, quindi senza motori, progettato per essere d’aiuto agli arti superiori dei lavoratori durante i movimenti di flesso-estensione. L’esoscheletro si aggancia al corpo dell’utilizzatore in tre specifici punti: la schiena, la vita e il braccio.

Dopo un utilizzo di prova, possiamo dire che le principali perplessità che avevamo sono, purtroppo, riconfermate.

Benché, comunque, il dispositivo apporti un beneficio sotto l’aspetto posturale dello scarico della fatica delle braccia quando lavorano in posizioni incongrue (quelle superiori al range articolare accettabile), è doveroso ricordare che fintanto che non verrà certificato da un costruttore che tali dispositivi effettivamente scaricano una percentuale ben precisa anche del peso sollevato, facendo quindi percepire al soggetto che lo utilizza una percentuale in meno di peso, tali attrezzature possono essere considerate solo dei meri supporti e non nelle soluzioni oggettive al sovraccarico del rachide dovuto a movimentazione manuale dei carichi. Oltre al fatto già citato nell'articolo precedente "ERGONOMIA | Il problema multidimensionale del mal di schiena", che si aggiunge al carico sulle spalle dell’operatore e sulle scapole dell’operatore un’attrezzatura di circa 5Kg e che grava quindi sull'operatore, comportando automaticamente altre tipologie di rischi e problemi che devono essere analizzati con cura.

Di diverso conto possono essere invece le attività sovraccaricanti degli arti superiori: spesso, infatti, possono essere censite attività che obbligano l’operatore ad eseguire flesso-abduzioni della spalla in posizioni superiori agli 80°. Per quanto potrebbe essere quindi interessante la gestione di queste situazioni non riprogettando la geometria di lavoro ma introducendo l’uso di un sopporto mobile che scarichi la fatica dell’operatore nel momento in cui entra nella fascia di incongruità posturale della spalla, si rimane in un limbo decisionale: ho gestito il rischio associato alla postura incongrua, ma non avendola di fatto tolta (si è introdotto un sistema che la supporta, ma non che la abbassa sotto gli 80°), è stata solo “parzialmente migliorata”. Ma come quantifico tale miglioria? E infatti mi chiedo: se considero la postura in quanto tale non ho tolto la componente “spalla” dal metodo OCRA; potrei asserire di aver tolto il fattore forza in quelle posture che la richiedono? Ma di quanto è stato tolto, usando l’indice di Borg? Lo porto automaticamente a 0,5 per ogni attività che supera quel range articolare? E chi certifica tale asserzione?

Nel manuale d'uso e manutenzione di uno di questi esoscheletri possiamo leggere che questi vengono definiti come "dispositivi creati per compensare parzialmente il peso che grava sulla spalla causato dagli arti superiori”; ciò permette ai costruttori di asserire quindi che “ciò riduce la sensazione di fatica e quindi migliora la qualità del lavoro durante le operazioni che richiedono movimenti ripetitivi con braccia alzate”. Questo ne limita non poco l’utilità oggettiva.

Il fatto stesso che possa essere usato solo da personale formato e con una dimostrata buona forma fisica e che nel caso di presenza di patologie conclamate a spalle o vertebre, si deve prima chiedere parare al medico competente, mi fa pensare che sia più utile per prevenire parte di alcuni problemi ma non per aiutare a gestire i patologici.

Altra criticità potrebbe arrivare a far pensare alcuni datori di lavoro a non essere spinti a migliorare le geometrie aziendali errate – lavorando quindi sull'ergonomia cognitiva aziendale – credendo quindi che non sia necessario migliorarle avendo introdotto gli esoscheletri che bypassano il problema

Rimango dell’idea che i limiti di tali attrezzature siano evidenti; sono sicuramente un primo passo importante verso un metodo tecnologicamente avanzato per risolvere e gestire un problema fin troppo attuale, ma allo stesso tempo – come ogni nuova tecnologia – si dovranno vedere la nascita di diverse generazioni di tali dispositivi prima di poter asserire che il problema è effettivamente in piena gestione. Attualmente è solo in una promettente fase embrionale.

Riporto, a corollario di quanto scritto in precedenza, un estrapolato di un interessante articolo scritto da Tobias Möller e dal Dr. Manfred Knye sul sito Kommission Arbeitschutz und Normung nel quale, riguardo proprio gli esoscheletri, ci dicono:

“Gli esoscheletri possono trasmettere un’impressione di sicurezza. Questa, tuttavia, è ingannevole. Gli esoscheletri sgravano infatti determinati segmenti del corpo (p. es. le articolazioni della spalla) convogliando le forze verso altre strutture (p. es. i segmenti inferiori della schiena) in modo talvolta non fisiologico. Finora è stato scarsamente studiato in che misura, nel lungo termine, dette strutture tollerino la sollecitazione supplementare. Per evitare danni si rendono necessarie prove a lungo termine e un costante controllo medico. Nel caso dei lavoratori sani l’uso di esoscheletri andrebbe per quanto possibile ridotto ai minimi termini”.

E ancora: “Gli esoscheletri possono comportare un valore aggiunto laddove siano correttamente impiegati, abbia luogo un precoce coinvolgimento dei lavoratori e sussista una chiara indicazione individuale. Il loro utilizzo deve essere seguito da reparti specializzati, settore sanitario e settore della prevenzione. Poiché allo stato attuale le disposizioni di legge in materia di utilizzo di esoscheletri sono pressoché inesistenti e mancano inoltre studi su effetti e conseguenze di questi ultimi, si rende indispensabile anche una valutazione di tipo etico.” Esoscheletri nella pratica - Tobias Möller e Dr. Manfred Knye

Autore: Ingegner Daniele Moresco

Sono presenti 2 commenti alla notizia

Andrea
12 dic 2019 alle 13:18

Complimenti per l'articolo molto preciso e ben scritto!

francesco
17 dic 2019 alle 10:26

buon articolo

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