19 nov 2020

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SENTENZE | 30923/2020 Sull'obbligo di invio a visita medica dei lavoratori




Il tema della visita medica periodica dei lavoratori è uno degli argomenti meno presenti all'interno delle sentenze relative alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro; oggi, però, andremo ad analizzare una decisione della Corte di Cassazione che tratta proprio questo particolare argomento.

In particolare, il titolare di un'impresa individuale specializzata nello svolgimento di opere edili era stato condannato, in qualità di datore di lavoro, per aver omesso di inviare un dipendente alla visita medica secondo le scadenze programmate. Il lavoratore risultava svolgere attività comportante l'assunzione di rischi per la salute e la sicurezza.

Avversamente a tale sentenza, il datore di lavoro ricorre deducendo 3 motivi di impugnazione:

  1. Contestazione della corretta valutazione del materiale probatorio e della valutazione riguardo la qualifica del lavoratore non avviato alle visite mediche. Il lavoratore, secondo l'imputato, con versione confermata dai testi, non era un soggetto alle dipendenze dell'imputato, ma era una persona cui lo stesso datore di lavoro aveva chiesto un consiglio tecnico; per questo motivo, secondo l'imputato, questi non doveva essere sottoposto a visita medica;
  2. Mancata concessione delle attenuanti generiche
  3. Contestata la pena amministrativa inflitta considerata non in prossimità della minima sanzione pecuniaria prevista per il reato in questione.

Secondo la Corte il ricorso proposto dal datore di lavoro deve considerarsi fondato e quindi accoglibile.

I Giudici di merito sottolineano che “la disposizione che si assume essere stata violata dal ricorrente prevede, per quanto ora interessa, sotto la comminatoria della sanzione penale che "il datore di lavoro, che esercita le attività di cui all'articolo 3, e i dirigenti, che organizzano e dirigono le stesse attività secondo le attribuzioni e competenze ad essi conferite, devono: (...) g) inviare i lavoratori alla visita medica entro le scadenze previste dal programma di sorveglianza sanitaria e richiedere ai medico competente l'osservanza degli obblighi previsti a suo carico nel presente decreto".”

Per questo motivo è necessaria una verifica sulla natura stessa dei soggetti che collaborano con il datore di lavoro per capire se a tali è da concedere la qualifica di “lavoratori”. “sebbene la giurisprudenza di legittimità abbia inteso attribuire alla qualifica in questione un'accezione piuttosto ampia” osserva la Corte, “la medesima deve essere modulata in funzione della ratio che sottende alla singola norma. Ed invero per quanto si sia affermato che la definizione di "lavoratore", di cui all'art. 2, comma primo, lett. a), del dlgs n. 81 del 2008, faccia leva sullo svolgimento dell'attività lavorativa nell'ambito dell'organizzazione del datore di lavoro indipendentemente dalla tipologia contrattuale in forza della quale essa è prestata, e che essa è definizione più ampia di quelle previste dalla normativa pregressa, le quali si riferivano invece al "lavoratore subordinato" (art. 3 del dPR n. 547 del 1955) e alla "persona che presta il proprio lavoro alle dipendenze di un datore di lavoro" (art. 2, comma primo, lett. a, del dlgs n. 626 del 1994), ed, ancora, che a ciò consegue che, ai fini dell'applicazione delle norme incriminatrici previste nel citato dlgs n. 81 del 2008, rileva l'oggettivo espletamento di mansioni tipiche dell'impresa (anche eventualmente a titolo di favore) nel luogo deputato e su richiesta dell'imprenditore, a prescindere dal fatto che il "lavoratore" possa o meno essere titolare di impresa artigiana ovvero lavoratore autonomo (Corte di cassazione, Sezione III penale, 11 aprile 2017, n. 18396) - non può, tuttavia, non rilevarsi che, laddove una tale ampia accezione del concetto fosse indiscriminatamente ritenuta applicabile ad ogni tipo di relazione comportante lo svolgimento di un'attività astrattamente qualificabile come lavorativa in favore di un soggetto che, contestualmente, avrebbe acquisito la qualifica di "datore di lavoro", con la conseguente assunzione da parte di questo dei doveri (anche presidiati dalla sanzione penale laddove non ottemperati) dettati, per quanto ora interessa, dall'art. 18, comma 1, del ricordato dlgs n. 81 del 2008, il sistema della normativa testè citata presenterebbe delle evidenti incongruenze applicative.”

Per queste ragioni la Corte evidenzia che il Tribunale aveva omesso di valutare l'effettivo rapporto tra l'imputato e il “lavoratore” in quanto questi, a tutti gli effetti, non essendo alle dipendenze del primo, ma chiamato in cantiere solo per una occasionale consulenza, non doveva essere sottoposto dall'imputato alla periodica visita medica prevista dal programma relativo alla sicurezza dei lavoratori sul posto di lavoro. Questo è valido anche se, nella sentenza impugnata si trova scritto che: “anche la eventuale occasionalità del rapporto lavorativo avrebbe imposto al [omissis] l'adempimento dell'obbligo di cui al capo di imputazione”.

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