21 nov 2019

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SENTENZE | 46194/2019 La figura del garante della sicurezza nelle strutture aziendali complesse




Nelle strutture aziendali complesse, la definizione della figura garante della sicurezza generalmente viene ricondotta a quella del preposto nel caso in cui l’infortunio si occasionato dalla concreta esecuzione della prestazione lavorativa, a quella del dirigente se l’incidente è riconducibile al dettaglio dell’organizzazione delle varie attività lavorative, mentre si riconduce in general modo a quella del datore di lavoro se l’incidente è causato da scelte gestionali.

Allo stesso modo ci si può relazionale alla gestione degli obblighi di vigilanza.

Nella sentenza riportata oggi parliamo di un infortunio verificatosi durante l’esecuzione di una prestazione lavorativa, in particolare si parla della colpa attribuita al legale rappresentante di un’impresa di manutenzione meccanica per le gravi lesione (infortunio con periodo di guarigione superiore a 40 gg) cagionate ad un dipendente che, intento a smontare uno spinotto del pistone di sollevamento di un piano abbassabile, veniva investito, da un’altezza di circa 2,5 metri, dalla caduta di una pompa idraulica manuale che gli schiacciava la mano con conseguente amputazione sub-totale del primo dito.

L’imputato ricorre in Cassazione adducendo tre motivi:

  • Il primo “deduce inosservanza e/o erronea applicazione degli artt. 590, comma 3, cod. pen., e vizio di motivazione con riferimento alla mancata attribuzione della responsabilità in capo al preposto ed alla ritenuta sussistenza dell'elemento psicologico della colpa in capo all’imputato”. Il Piano di Sicurezza redatto dall’Impresa, secondo l’imputato, non solo “aveva previsto il rischio di caduta di materiali dall'alto ma aveva, altresì, stabilito una specifica procedura operativa relativa alla pulizia ed allo sgombero dei materiali dalle aree di lavoro, comunicata a tutti i lavoratori.”
  • Il secondo motivo sottolineava che solo le lesioni gravissime (e non gravi come riportato dalla sentenza) sono ostative dell’applicabilità dell’art. 131-bis del Codice Penale.
  • In terzo motivo si ritiene errato il trattamento sanzionatorio sotto due profili: quello della quantificazione del minimo della pena e quello del mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

 

Alla luce di quanto sopra, la Corte di Cassazione ritiene fondato il ricorso e meritevole di accoglimento, in particolare “i presupposti giuridici da cui parte il ragionamento della sentenza impugnata sono erronei per avere questa omesso di valutare adeguatamente l'ambito delle singole e rispettive posizioni di garanzia, id est del datore di lavoro e del preposto” e ancora, si legge dalla sentenza “In tema di reati colposi, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che l'obbligo di prevenzione gravante sul datore di lavoro non è limitato al solo rispetto delle norme tecniche, ma richiede anche l'adozione di ogni ulteriore accortezza necessaria ad evitare i rischi di nocumento per i lavoratori, purché ciò sia concretamente specificato in regole che descrivono con precisione il comportamento da tenere per evitare il verificarsi dell'evento [Sez. 4, n. 5273 del 21/09/2016 (dep. 03/02/2017), Ferrentino e altri, Rv. 270380).” Non è infatti possibile attribuire una responsabilità per colpa fondata unicamente sulla titolarità di posizione gestoria del rischio. È piuttosto necessario che siano esistenti delle regole aventi specifica funzione cautelare che normino le misure da intraprendere per impedire che si verifichino incidenti.

“Nessun dubbio che” – continuano gli Ermellini – “alla luce della normativa prevenzionistica vigente, sul datore di lavoro gravi l'obbligo di valutare tutti i rischi connessi alle attività lavorative e attraverso tale adempimento pervenire alla individuazione delle misure cautelari necessarie e quindi alla loro adozione, non mancando di assicurarsi che tali misure vengano osservate dai lavoratori. Ma nella maggioranza dei casi la complessità dei processi aziendali richiede la presenza di dirigenti e di preposti che in diverso modo coadiuvano il datore di lavoro. I primi attuano le direttive del datore di lavoro organizzando l'attività lavorativa e vigilando su di essa [art. 2, co. 1, lett. d) d.lgs. n. 81/2008]; i secondi sovrintendono alla attività lavorativa e garantiscono l'attuazione delle direttive ricevute, controllandone la corretta esecuzione da parte dei lavoratori ed esercitando un funzionale potere di iniziativa [art. 2, co. 1, lett. e) d.lgs. n. 81/2008].”

Ai fini di individuare il garante nelle strutture aziendali complesse, la Corte di Cassazione ha già da tempo affermato che occorre fare riferimento al soggetto espressamente deputato alla gestione del rischio. “Pertanto, anche in relazione all'obbligo di vigilanza, le modalità di assolvimento vanno rapportate al ruolo che viene in considerazione; il datore di lavoro deve controllare che il preposto, nell'esercizio dei compiti di vigilanza affidatigli, si attenga alle disposizioni di legge e a quelle, eventualmente in aggiunta, impartitegli. Quanto alle concrete modalità di adempimento dell'obbligo di vigilanza esse non potranno essere quelle stesse riferibili al preposto ma avranno un contenuto essenzialmente procedurale, tanto più complesso quanto più elevata è la complessità dell'organizzazione aziendale (e viceversa).” Nel caso in esame, la Cassazione sottolinea che l’obbligo di sorvegliare l’area di lavoro incombeva direttamente al preposto, deputato a governarne gli specifici rischi.

 

Per questi motivi, la sentenza impugnata viene annullata perché il fatto non sussiste

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