
L’Italia invecchia e la sua forza lavoro cambia. Con 5,3 milioni di residenti stranieri (circa il 10% della popolazione), le comunità immigrate contribuiscono a riequilibrare il calo demografico e sostengono settori chiave come agricoltura, edilizia, ristorazione e industria leggera. Eppure, a fronte di questo ruolo essenziale, persistono disuguaglianze salariali, difficoltà nel riconoscimento dei titoli di studio e una forte concentrazione in mansioni a bassa qualifica, spesso più rischiose.
Uno studio Inail relativo al quinquennio 2019-2023, curato dalla Consulenza statistico attuariale, fotografa con chiarezza la sproporzione: pur rappresentando il 10% degli occupati, i lavoratori nati all’estero denunciano il 20% degli infortuni e l’8% delle malattie professionali. L’incidenza infortunistica è più che doppia rispetto agli italiani (31 casi ogni 1.000 occupati contro 14). A incidere sono la maggiore presenza nei settori ad alto rischio, la precarietà contrattuale e, talvolta, condizioni di irregolarità che rendono più difficile l’accesso a tutele e formazione.
Le cause della maggiore esposizione sono in gran parte strutturali: lavori manuali e usuranti con movimentazione di carichi, posture incongrue e sforzi prolungati; barriere linguistiche che ostacolano la comprensione delle procedure e della formazione.
Il documento “Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali degli immigrati” ha lo “scopo di fornire dati e informazioni utili a comprendere i fattori determinanti sotto il profilo della salute e sicurezza sul lavoro, dei fenomeni rilevati nonché i principali rischi di esposizione rispetto ai lavoratori italiani, alla luce del fondamentale contributo che la componente straniera dà alla forza lavoro, concorrendo in modo significativo al sistema produttivo nazionale”.












